Il giorno in cui ho imparato a volermi bene - BLOGTOUR

15/02/2018

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  • "Il problema più grave dell'esistenza è imparare a vivere."

    IL GIORNO IN CUI HO IMPARATO A VOLERMI BENE, di Serge Marquis, ci ha colpito molto: non solo per la storia (una madre che riscopre il valore della vita attraverso il suo strano bambino), ma soprattutto per i personaggi che la popolano. 
    Ognuno di essi ha qualcosa da raccontare e da trasmettere a chi gli sta accanto, a chi legge, a chi si ferma un attimo per riflettere e vivere il suo presente.
    Abbiamo pensato a un #blogtour e ciascuna tappa è dedicata a chi è dato qualcosa a qualcuno, senza perdere nulla, ma - anzi - diventando ancora più ricco...

    Prima Tappa: si parla di Maryse, la mamma di Charlot, sempre indaffarata e schiava del suo ego, 

    Seconda Tappa: si parla di Charlot, un bambino davvero speciale

    Terza Tappa: si parla di Alex 

    Quarta Tappa: si parla di Marie-Lou 

    Quinta Tappa: si parla di Hamid 

    Sesta Tappa: si parla di Georges 


    E poi non abbiamo resististo... E abbiamo raccolto le domande che ciascuna blogger avrebbe voluto fare all'autore di questo romanzo. Serge Marquis ha risposto a tutte e, nelle sue parole, abbiamo ritrovato ciò che in IL GIORNO IN CUI HO IMPARATO A VOLERMI BENE avevamo amato: un senso di pace, di quiete dopo la tempesta, di trobolazione che porta alla consapevolezza, di presente e contingente. Di cose piccole, che fanno grande la vita.


    Sabrina: Quale dei personaggi del libro è quello che è stato più difficile da sviluppare? Perché?

    Sicuramente il personaggio di Maryse, perché lei è una donna e io un uomo. Ci tenevo a rimanere fedele al suo universo, alla sua sensibilità, alle sue emozioni e alla sua intelligenza. Comunque, mentre scrivevo, ho sempre sottoposto tutto all’approvazione della mia editor. Ci tenevo al fatto che una donna mi dicesse se quello che raccontavo era plausibile o se mi stessi sbagliando.

    Durante gli studi di medicina, ho avuto come docente una dottoressa che somigliava a Maryse. Ambiziosa, spesso fredda e dura, e come Maryse, era una pediatra! Ho visto dei bambini metterla lettaralmente in riga, e non l’ho mai dimenticato. I loro cuori avevano bisogno del suo cuore, non solo della sua testa. Io ero uno studente, e cose del genere ti segnano. Non ho mai dimenticato quella donna : la sfida è stato descrivere il suo mondo, rimanendo consapevole che partivo da un universo maschile.


    Silvia: Lei è un psicologo proprio come Georges, quanto si rispecchia nel personaggio? E quanto l'ego conta nella sua vita ora che sta pubblicando romanzi di successo internazionale?

    Certamente una grande parte di me si riflette nel personaggio di Georges. Seguo pazienti in terapia da cira trent’anni e credo di avere, dentro di me, lo stesso amore che Georges nutre nei confronti del genere umano. Come lui, anche a me piace un po’ uscire dalla norma, andare per sentieri poco battuti. Come lui sono sensibile alla bellezza in ogni sua forma, e ammetto di aver provato qualche volta il suo stesso pudore.

    Per quanto riguarda il ruolo del mio Ego dopo il successo, ho capito che successo non vuol dire felicità. Sono convinto che si debba rivedere il concetto di « successo » ai nostri giorni. Il successo per me è misurarsi nel tempo in cui siamo presenti, rispetto agli altri, a se stessi, alla vita in ciò che essa offre di più semplice e profondo: un sorriso, un paesaggio, un piatto di pasta… Ecco cos’è importante! Il successo è effimero, ma la capacità di amare no, è sempre lì.


    Lucrezia: Cosa vorresti che un lettore riuscisse a imparare e comprendere leggendo il tuo romanzo?

    Mi piacerebbe che il lettore scoprisse cos’è veramente l’Ego e quanto ci fa soffrire inutilmente. Vorrei che capisse che noi non siamo il nostro Ego, ma piuttosto « ciò che in noi non invecchierà mai » (Marie de Hennezel) : la nostra capacità di essere presenti, di amare, di meravigliarci, di assaporare, di tramandare e continuare a imparare, in definitiva di vivere pienamente la vita piuttosto che cercare di essere qualcuno agli occhi degli altri. Vorrei davvero che il lettore capisse che è possibile soddisfare il proprio ego rivolgendo l’attenzione al presente, al momento che si sta vivendo. È questo che Charlot e Marie-Lou ci insegnano nel libro.


    Lorena: Le è mai capitato di trovarsi nei panni della protagonista e come lei, pensare di voler essere il migliore tra tutti? Oppure di trovarsi nei panni di George e quindi di aiutare qualcuno a ritrovare se stesso? 

    O cielo, certo! Proprio come Maryse, ho desiderato essere eccezionale, unico, il migliore tra tutti, il più celebre… Mi capita ancora di cadere in questa trappola. Ma ho imparato ad uscirne e a tornare al presente, lì dove non c’è più bisogno di sentirsi qualcuno perché nel presente non c’è confronto, né critica, né condanna. Ma io ho anche fatto come Georges : seguo, cioè, persone che si cercano e che si sentono perdute. Persone che, al primo incontro, mi dicono: « Io no so più chi sono, né dove vado». Ho imparato molto da loro. E le ho viste iniziare a conoscersi e a scoprire che niente e nessuno avrebbe potuto privarle della capacità di amare e di meravigliarsi. È questo ciò che ci insegna Marie-Lou nel libro.


    Rosa: Raccontaci di te e di quale caso ti ha colpito di più nella tua carriera di medico. Cosa ti ha spinto a scrivere?

    Sono un appassionato di arte: pittura, scultura, disegno. Adoro disegnare e vorrei dedicare più tempo alla pittura nei prossimi anni. Come medico, durante la mia carriera, mi sono occupato di stress e di burnout (esaurimento di origine professionale). Faccio ancora molte conferenze per aiutare le persone a dominare lo stress e a prevenire un esaurimento (emotivo e fisico). Un’esperienza particolare, durante la mia carriera, è di essermi occupato di bambini come Charlot e Marie-Lou. Alcuni lettori mi hanno detto che bambini così maturi non sono plausibili. Posso solo rispondere che hanno torto, e che avrebbe tutto da guadagnare nell’aprire occhi e orecchie per liberarsi dai pregiudizi. I bambini possono raggiungere un alto grado di maturità e saggezza molto presto nella vita.

    Se sono diventato scrittore è perché ho sempre amato scrivere. Avevo undici anni e già sognavo di esserlo. Allora scrivevo poesie, ora so che è possibile veicolare molto messaggi raccontando una storia. Ci si ricorda dei racconti della propria infanzia, vettori di messaggi come l’amicizia, la tenerezza, l’amore. Essi offrivano modelli attraverso personaggi ispiratori. Ecco perché voglio continuare a scrivere fino alla fine dei miei giorni.


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