Brevi riflessioni di fisica quantistica: Il batterio di Schrödinger – (Fabio Fracas 43)

Che rapporto c’è fra fisica quantistica e biologia? Più specificatamente, quali particolarità quantistiche potrebbero essere evidenziate analizzando i processi biologici che già descriviamo tramite la fisica classica?

Non è una domanda facile da porsi perché innesca una serie profonda di riflessioni sulla Natura e su come solitamente la intendiamo.

Riflessioni che – anche all’interno della stessa comunità scientifica – ingenerano, a volte, reazioni e prese di posizione molto distanti fra loro.

Eppure, gli studi e le pubblicazioni che testimoniano come la meccanica quantistica sia direttamente coinvolta in fenomeni biologici come, per esempio, la fotosintesi delle piante o l’orientamento delle specie migratorie, sono oramai accettati e divulgati. Ed è di pochi giorni fa la pubblicazione su “Scientific American” di un articolo che potrebbe segnare una nuova pietra miliare proprio in questa direzione.

Il pezzo, in realtà, riprende la presentazione dell’ottobre 2018, sul “Journal of Physics Communications”, di uno studio diretto dall’italiana Chiara Marletto. Studio che analizza un esperimento condotto nel 2016 dall’equipe di David Coles, dell’Università di Sheffield, sui batteri fotosintetici.

Secondo quanto messo in risalto dai dati, i ricercatori sarebbero riusciti a porre alcuni dei batteri esaminati in uno stato di entanglement, cioè di intricazione reciproca, rendendo così evidente il manifestarsi delle proprietà quantistiche anche negli esseri viventi. Un risultato eccezionale che, se confermato, potrebbe offrirci una rinnovata visione del mondo e spingere la ricerca scientifica a investigare con sempre maggiore forza e convinzione le nuove e affascinanti frontiere suggerite dalla biologia quantistica.

Carlos Solito – La ballata dei sassi

Niente nevrosi, niente passi veloci, solo la benedizione di una banza dolce, viaggio così da una vita.

Poi, c’è sempre un poi, è arrivata Matera e Matera non scherza, Matera ti prende e ti mette addosso, dentro ovunque nelle carni, il respiro matto. Quello dello stupore, quello del fiato a debito, quello che non ti fa dire mezza parola e fa impazzire il cuore che non si ferma danza la vita potente, fa il cavallo in petto, s’inchina alla bellezza.

In questa Basilicata ruvida e poetica, tra scirocco e tramontana che sferzano mandorli e ulivi, va in scena lo spettacolo rupestre del calcare col passepartout roccioso dei Sassi Caveoso e Barisano, i precipizi della Gravina, le grotte zeppe di affreschi bizantini, i muretti a secco, le facciate barocche e romaniche, i saliscendi lastricati, le lande della Murgia che sanno di luna e il mare grosso delle crete con onde e onde di calanchi. In questa Lucania, dove si sta bene col vuoto arcano e il sole forte, mi piace farmi di silenzio, andare in pellegrinaggio sopra e sotto terra.

C’è un posto per ognuno di noi in questo mondo, ce lo insegnano le stelle che da lassù, lontano lontano, hanno il loro e non si stancano di splendere. Mai!

Ecco, a Matera sono nel mio coi falchi grillai, le pietre antiche, santi senza aureola con le tasche piene di peccati. Poeti erranti, spacciatori di sogni, briganti di passato, custodi di pinacoteche sotterranee, massaie teatranti, musicanti in cerca di corpi da agitare, baristi pieni di desideri, anziane che sciorinano preghiere, bracconieri di panorami, allevatori di stelle, panettieri buoni come la mollica calda, attori nomadi come pastori, scultori che parlano alle pietre, pittori con l’ossessione dell’eternità e registi strafatti di nitrato d’argento. Con questa bella compagnia splendiamo, lo vedo lo sento, facciamo energia che prende vola fa vertigine fa luce fa pace, fa Matera.

Halloween con Stephen King

Ad Halloween è inevitabile il ritorno (dei morti viventi, verrebbe da aggiungere) di molti libri e film del mondo horror. Ovviamente noi vi parliamo del nostro zio Steve (che tra l’altro è stato complice di Romero, l’inventore dei Morti viventi, nella realizzazione di Creepshow). E aggiungiamo un paio di autori che forse vi sono sfuggiti e che invece vale la pena di considerare nelle lunghe sere autunnali che ci aspettano, al buio. La nostra è una proposta, per ovvi motivi di spazio, molto selettiva: cinque titoli in tutto ai quali aggiungere, se volete, i vostri romanzi preferiti di King. Se li avete già letti, fateci sapere che cosa ne pensate, e se no: beati voi.

 

The Outsider di Stephen King

L’ultimo romanzo di King è un must have della stagione: un ragazzino viene ucciso in modo agghiacciante e il colpevole sembra l’uomo più insospettabile della città. Ma gli indizi rivelano presto contorni disperatamente inquietanti. Romanzo notevole (e bellissima copertina).

It di Stephen King

Per chi ancora non ne avesse sentito parlare, It è un classico del genere: un gruppo di adolescenti, che si dà il nome di Club dei Perdenti, si coalizza contro il male, sotto forma di un terrificante pagliaccio, Pennywise. It è anche un film: la prima parte è uscita nel 2017, la seconda arriverà alla fine del 2019. Cant’ wait.

Misery di Stephen King

Misery non deve morire nella versione cinematografica, con la diabolica Katie Bates, è un romanzo geniale che incarna tutte le paure di King scrittore, alle prese con una fan implacabile. Ipnotico.

NOS4A2. Ritorno a Christmasland di Joe Hill

Usciamo dal seminato, ma non troppo, visto che l’autore è uno dei figli di Stephen King. Ci abbiamo pensato un po’, visto che Joe ha scritto diversi libri, ma il periodo è giusto per NOS4A2. Ritorno a Christmasland. Una storia bella cattiva sulle leggende natalizie che diventerà presto una serie TV.

Bad Man di Dathan Auerbach

Dulcis in fundo, un autore che ha fatto gavetta scrivendo sulla piattaforma Reddit e producendo creepypasta (leggende metropolitane, racconti horror, eccetera) che hanno attirato l’attenzione della Blumhouse, casa editrice e di produzione di successi come Scappa. Get Out. Bad Man è la storia di un ragazzo e del luogo, un supermercato, dove rischia di perdersi. E di perdere l’anima. Abissale.

 

Brevi riflessioni di fisica quantistica: L’incertezza della scienza – (Fabio Fracas 42)

Richard Phillips Feynman, fu uno dei più importanti fisici del Novecento. Nel 1965, fu insignito – assieme al giapponese Sin-Itiro Tomonaga e all’altro americano Julian Schwinger – del Premio Nobel per la Fisica “per il lavoro fondamentale [svolto] nell’elettrodinamica quantistica, con profonde conseguenze per la fisica delle particelle elementari”.

Sia il suo approccio alla ricerca sia la sua visione della conoscenza, erano oggetto di continue riflessioni e così, nell’aprile del 1963 durante una conferenza tenuta presso l’Università di Washington, Feynman pronuncio un discorso destinato a rivoluzionare lo stesso pensiero scientifico: “L’incertezza della scienza”.

Il testo integrale del discorso è pubblicato nel volume “Il senso delle cose”, Adelphi, Milano 1999 e fra le tante, argute, riflessioni si può leggere anche il passo seguente: “Ma se una cosa non è scientifica, se non può essere verificata tramite la sperimentazione, non significa che sia inutile, o stupida, o sbagliata. Non sto cercando di dimostrare che la scienza è buona e le altre cose no. Gli scienziati si occupano di tutto ciò che si può studiare con un approccio sperimentale, e costruiscono, fabbricano, elaborano, quella cosa chiamata «scienza». Però molto rimane escluso, fenomeni per i quali l’approccio sperimentale non funziona, e non è escluso che siano importanti. In un certo senso sono i più importanti. In ogni decisione che riguarda l’azione, quando si deve decidere il da farsi, c’è sempre di mezzo un «dovrei?» che non si può risolvere solo rispondendo a: «Se faccio questo, cosa succede?». Mi direte: «Be’, puoi cercare di capire cosa succede e poi decidere se vuoi che succeda», ma questo è un passo che lo scienziato non può fare. La scienza può aiutarmi a fare previsioni, non a prendere decisioni.”

Fabio Fracas

La stagione più dolce

“L’autunno è la stagione più dolce, e quello che perdiamo in fiori lo guadagniamo in frutti” ha scritto Samuel Butler, ed è una frase perfetta per descrivere quello che aspetta i lettori di Frassinelli nei prossimi mesi.

Il 4 settembre, anche se sarà ancora estate, la prima uscita: Infomocracy. Un sistema perfetto, della scrittrice statunitense Malka Older. Come ha scritto The Huffington Post, «in certi casi la fantascienza, più che anticipare, descrive. E noi stiamo già vivendo dentro Infomocracy, anche se non ne siamo consapevoli.».

Infomocracy. Un sistema perfetto è un romanzo visionario e appassionante che affronta il futuro della democrazia nell’era digitale, uno dei temi più attuali e importanti della nostra contemporaneità. Mentre il dibattito politico discute su come potrebbero essere le democrazie alla fine del nostro secolo, qualcuno l’ha già raccontato…

#MalkaOlder #Infomocracy #UnSistemaPerfetto

Saremo invece già in autunno anche per il calendario il 25 settembre, quando uscirà Il lato umano, il nuovo libro di Anna Gavalda: «.Queste non sono storie, e ancor meno sono personaggi. Per me le protagoniste e i protagonisti del mio libro sono delle persone, persone vere. Che parlano della loro solitudine, per cercare di vedere più chiaro nelle loro vite, per rivelarsi, per confidarsi, per trovare il loro lato umano.

Sette racconti dunque, che hanno per protagoniste sette persone diverse, cui hanno dato voce sette scrittrici italiane – Laura Bosio, Annarita Briganti, Maria Rosa Cutrufelli, Elena Loewenthal, Federica Manzon, Laura Pugno, Simona Vinci – che con le loro traduzioni hanno voluto omaggiare una delle più amate e raffinate autrici francesi.

#AnnaGavalda #IlLatoUmano

Avanti fino al 9 ottobre, forse il giorno più atteso dell’anno da tutta l’editoria mondiale, oltre che da milioni di lettrici e lettori. Dopo dodici anni di attesa, dopo la splendida avventura di Storia di una ladra di libri, torna Markus Zusak con il suo nuovo, attesissimo romanzo, che pubblicheremo in contemporanea mondiale.

Il ponte d’argilla è la storia appassionante e struggente di cinque fratelli costretti a vivere soli, e a definire da soli le regole della propria esistenza. E mentre i fratelli Dunbar amano, soffrono e lottano per imparare a fare i conti con il mondo degli adulti, scopriranno il segreto, tenero e straziante a un tempo, che si cela dietro la scomparsa del loro padre.

#MarkusZusak #IlPonteDArgilla

La settimana successiva, il 16 ottobre, un altro attesissimo ritorno, quello di Valerio Varesi, con La paura nell’anima. L’ultima indagine del commissario Soneri.

Reduce dai trionfi europei, in particolare in Francia, dove è stato definito “il Simenon italiano”, Varesi prende spunto dalla drammatica vicenda di “Igor il russo” e riesce una volta di più a costruire una trama avvincente e mozzafiato, a tratteggiare personaggi memorabili, e a trasmettere al lettore un affresco profondo e acuto della nostra società, delle ombre che si nascondono nel nostro quotidiano, dei cambiamenti della nostra psicologia sociale, minata da questa oscura paura dell’altro che vediamo sempre più diffondersi.

Come ha scritto La Repubblica, “Soneri non si accontenta di scoprire il colpevole, ma interroga se stesso e una comunità, scava nelle contraddizioni di un’epoca in cui fa fatica a tenere il passo.”

#ValerioVaresi #IlCommissarioSoneri #LaPauraNellAnima

 

E “l’altro da noi” è al centro anche dell’ultimo libro che pubblicheremo nel 2018, ossia L’origine degli altri di Toni Morrison (23 ottobre).

“Toni Morrison, in queste pagine rare, mostra l’urgenza, dimostra l’imperativa necessità di occuparsi di razzismo”, ha scritto Roberto Saviano nell’introduzione all’edizione italiana, che andrà ad aggiungersi alla prefazione di Ta-Nehisi Coates, per contestualizzare quella che è una vera e propria orazione civile, opera di una delle più grandi scrittrici viventi.

Che cosa è la razza, e perché le diamo tanta importanza? Che cosa spinge gli esseri umani a costruire “un altro” da cui differenziarsi? E perché la presenza dell’altro da noi ci fa così paura?

Toni Morrison va in cerca delle risposte a queste domande parlando della sua opera, di letteratura in generale, di storia e di politica, partendo dal XIX secolo e arrivando fino ai giorni nostri, e alle grande migrazioni che caratterizzano il mondo globalizzato.

#ToniMorrison #OrigineDegliAltri #RobertoSaviano #Ta-NehisiCoates

“Ho cercato di educare i miei figli maschi. E loro stanno educando me” su La 27 ora

HO CERCATO DI EDUCARE I MIEI FIGLI MASCHI. E LORO STANNO EDUCANDO ME di Francesca Rimondi su La 27 ora

« Gentile Ministro, mi scuso se disturbo e vengo a romperLe le palle in un momento così delicato. Vorrei solo sottoporre alla Sua attenzione questa foto. In questa foto stavo andando a sposarmi. Alla mia sinistra (sempre a sinistra, lo scusi ma è così) c’è mio padre. Oggi – due anni dopo – mio padre è stato dichiarato finalmente invalido, facciamo in modo che il Suo collega alla Disabilità non mandi tutto in fumo. Alla mia destra c’è mio figlio Numero Uno. Mio figlio Numero Uno è nato da un altro padre rispetto a quello che sto andando a sposare in questa foto. Respiri. Respiri forte. Sto andando a sposarmi in Comune. Continui a respirare. Da qualche parte, non visibile nella foto, c’è mio figlio Numero Due, che durante la cerimonia ci ha portato le fedi. I miei testimoni erano una coppia sposata a Buenos Aires, perché qui, ai tempi, non potevano. Dopo hanno potuto. Due uomini, sì. Non li ho scelti per folklore gay. Li ho scelti perché sono tra le persone più intelligenti, umane e resistenti che io conosca. Al momento esistiamo. Tutti quanti, con le nostre vite. Sinceramente non so dirle se siamo felici – ehi, Ministro, me lo sta chiedendo? – abbiamo tutti i nostri cazzi da sfangare. Ma questo va al di là della famiglia, voglio dire, anche Calcutta ha un sacco di problemi con le femmine nell’ultimo disco. Però siamo qui, ecco. Questo volevo dirLe».

Francesca Rimondi è una che scrive così. È una così. E così ha pure scritto un romanzo, Non dire cazzo– Frassinelli: autobiografia di una mamma, in forma di dialogo con i figli, in una quotidianità molto reale e molto immaginifica. Così le abbiamo chiesto di scrivere per noi qualcosa sull’arte di educare figli maschi. Oggi. E qui sotto il risultato. (la foto – di Valeria Verdolini – l’abbiamo presa dal suo Fb. E altrimenti come si fa a illustrare una che scrive così. E per giunta di figli, di educazione, di vita, di famiglie, di…. Di cosa NON scrive Francesca? )

Diciotto anni fa (18), un’infermiera mi svegliò, delicata. Mi svegliò e mi disse «Eccolo».
Guardai.
Vidi una cosa lunghissima (53, 2 cm) e stranamente molto silenziosa (20 hZ).
Mi guardava. Era chiaro che non vedeva un cazzo – i neonati non vedono NIENTE (20-25 cm di distanza quando va bene) – ma lui, comunque, mi guardava. Gli occhi neri, lucidi, giganti. Quella volta (2.000 d.C.) mi addormentarono, per farlo nascere. Forse si faceva così, nel 2.000 d.C., non so.
Avevo venticinque (25) anni, sapevo poco di uomini, ancor meno di uomini in miniatura. Lui fu il primo.

Da qualche anno vivo insieme a tre (3) uomini.
La mia è stata una scelta fino a un certo punto (1/3) e una convergenza assoluta (3/3) di amorosi sensi su cui, con impegno, fortuna e un sacco di attenzione reciproca, noi quattro (4) siamo riusciti a costruire quella che, a tutti gli effetti, mi vanto tantissimo di poter chiamare «la mia famiglia».

Dopo pochi anni da quella mia personalissima Bastiglia – quando fui svegliata da un’infermiera delicata – decisi che la mia famiglia dovevo essere io e lui. C’era un sacco di spazio, ma non c’era whatsapp, non c’era niente di niente, c’era la Bastiglia, la rivoluzione infuriava dentro di me, non c’era più amore per il padre, avevo qualche anno in più di venticinque anni e non sapevo niente (o poco) di uomini.
Stavo bene con mio figlio.
Avevo imparato da lui delle cose, sapevo chi era Goku, sapevo andarci al cinema, passare le sere con lui, svegliarlo e portarlo allo scuolabus puntuale. Lui era il primo, è il primo, ancora oggi. Il mio primo uomo.

Dopo è arrivato mio marito. Sarebbe stato mio marito diversi anni dopo, ma è arrivato molto prima che lo fosse. Burocraticamente parlando.
Mio marito è un uomo buono, calmo e molto lento, ci siamo sposati per fare una festa, perché ci amavamo da prima di sposarci e avevamo voglia di fare una festa.
Avevamo fatto un figlio, nel frattempo.
I nostri genitori erano invecchiati, nel frattempo.
Anche il mio primo figlio era invecchiato. Cresciuto, dai.
Ci siamo ritrovati tutti insieme, genitori invecchiati, amici dispersi, figli, non figli, cantanti e ballerine, e abbiamo ballato.
Alla fine della festa siamo rimasti noi quattro (4). Io e i miei tre uomini. A sposarci siamo andati su una skoda, la mattina appena svegli, col permesso del Comune per entrare in centro.

I miei figli mi hanno insegnato diverse cose.
Per esempio mi hanno insegnato che non occorre avere dei figli per sentirsi delle persone migliori.
I figli non ti rendono migliore e avere dei figli non ti qualifica automaticamente alle semifinali dei Mondiali di Umanità.
«Io lo dico da madre/da padre» è un grande alibi dietro cui ci si nasconde, quando non si hanno altre argomentazioni su cui far leva.
Non potrò mai usare i miei figli per giurarci sopra le teste, per garantire qualcosa, per promettere solidarietà fasulla, per darli in pasto al popolo becero. Metterli davanti a tutti come se avessi fatto chissà quale impresa.
Si fanno figli come si dice «cazzo». Ma si è anche liberi di non farli. Oppure si è obbligati, non ci sono le condizioni per. Sono cose delicate, come il tocco di un’infermiera.
Le persone che non hanno figli sono come me.
Umane, troppo umane, poco umane. Non è un’anestesia spinale a emanciparti.

Quando poi li ho messi al mondo, ho pensato questa cosa. Ho pensato che dovevo proteggerli, ma al contempo responsabilizzarli.
È un gran casino, mi sono detta.
Come faccio. Se li proteggo non li responsabilizzo; se li responsabilizzo, come posso proteggerli. Mi sono detta.
Allora ho provato a insegnare loro delle cose.
Ho provato a insegnare loro:
– a stirare
– a guardare i musical tipo Cantando sotto la pioggia senza addormentarsi
– a caricare una lavastoviglie
– a guardare alle donne con rispetto
– a essere gentili
– a guardare una palla (o un qualsiasi oggetto sferico) con assoluta indifferenza
– a stare in silenzio quando serve
– a lavare i piatti quando serve
– a stirarsi una t-shirt quando serve
– ad amare il colore rosa, il colore più antico del mondo
– a cavarsela da soli a scuola

Loro mi hanno insegnato:
– che gli uomini sanno stirare benissimo, vedeste le camicie che sanno stirare
– però davanti a Cantando sotto la pioggia, niente, si addormentano
– la lavastoviglie è un giochetto da ragazzi
– le donne sono sacre
– la gentilezza, in generale, è sacra
– però davanti a una palla (o un qualsiasi oggetto sferico) non capiscono più un cazzo, perdoniamoli, devono palleggiare, calciare, spallonare, tirare in porta, tirare il rigore, metterla dentro, anche in corridoio, come fai, tu, a resistere, dicono
– parliamo per alzata di mano; parla pure, mamma; dimmi tutto. Però alza la mano, poi aspetta il tuo turno
– «che cazzo è questo detersivo tristo da discount? La prossima volta compra lo Svelto, madonna che roba schifosa che hai comprato, non lava niente, signora mia»
– ripeto: SANNO STIRARE BENISSIMO
– il rosa sta bene su tutto
– nessun figlio ha bisogno di un genitore che vada a scuola con lui. Ci siamo già andati eoni fa, a scuola. Io, personalmente, ne ho avuto abbastanza. Basta. Lasciamoli fare. FIDIAMOCI di loro.

La prima cosa bella che dissi a me stessa diciotto anni fa, davanti a quello sguardo duro, fisso, nero di mio figlio appena nato, fu: il mio compito, la mia personale missione per conto di dio – me l’ha detto la Pinguina, suor Mary – sarà fare di te una persona rispettosa. Rispetta tutti. Rispetta il mondo in cui ti è stato concesso di esistere. Rispetta le donne che ti ameranno e che tu non amerai. Rispetta le donne che amerai e che non ti ameranno. Rispetta il blues, il soul, la musica fatta bene, il ritmo, la buona letteratura. Evita gli inganni, ma cadici, se proprio non ti è possibile. Ti servirà. Tieni sempre un occhio attento e splendente su chi ti accompagnerà, nel tuo cammino, perché chi ti accompagnerà forse sarà più debole di te, o forse no. Forse sarà un uomo o una donna o chissà chi, sarà una persona che ti compera una camicia, che ti dice che sei sfigato perché non hai una camicia, che guarderà con te Cantando sotto la pioggia o una partita dei Mondiali, una persona che avrà in comune con te mille cose, e tra queste mille ci sarà il rispetto che ti ho insegnato io. E tu dirai: Ecco, ecco a che cosa mi è servita la mia vecchia madre, ecco. Quella vecchia madre che mi diceva tutto e niente, per alzata di mano, tra una cena di polpette tristi e il rochenroll. Quel qualcuno – diceva la mia vecchia madre – sarà qualcuno in grado di passare con te qualche buon momento di felicità eccetera eccetera. E questo è l’importante.

Queste cose le ho dette, pensate e trasmesse anche al mio secondo figlio, quando nacque. In sala operatoria, quando lo tirarono fuori a forza dalla mia pancia. In sala operatoria, quel giorno lì, quando mi tirarono fuori a forza il mio secondo figlio, la radio stava passando una canzone di Tiziano Ferro. E io ho pensato che nulla sarebbe potuto andare male. Nulla. E così è stato.

L’autrice del romanzo
Francesca Rimondi vive a Bologna con i suoi due figli e con il papà del secondogenito. Ha quarantatré anni e lavora nella redazione di una casa editrice di testi scolastici. Ha scritto Non dire cazzo (Frassinelli)

La trama è la vita familiare, una quotidianità che si potrebbe dire estrema, e i fili che la intessono sono le conversazioni di una mamma con i suoi due figli, un ragazzino che diventa un adolescente e un piccoletto che ancora non parla in modo distinto. C’è anche un fidanzato, ci sono un nonno amabile ma molto invecchiato e una nonna spiritosa. Dialoghi serrati, battute sorprendenti, soprannomi immaginifici, incontri inventati. La parola “mamma” scandisce il discorso, la parola “cazzo” lo decostruisce: scrittura galoppante, una colonna sonora di band e canzoni giustapposte, il romanzo è un’autobiografia senza volere e una filosofia senza parere. E, come dice il figlio Numero Uno nella postfazione che ha scritto al libro della mamma «intellettuale damsiana», «c’è persino la critica sociale attraverso le whatsapp delle mamme», che a Francesca Rimondi proprio non piacciono.

Lei sta ancora morendo su Facebook

LEI STA ANCORA MORENDO SU FACEBOOK di Julie Buntin

Sono stata ossessionata dal profilo Facebook di Lea dal gennaio 2006, quando mi chiese l’amicizia. Io avevo aperto il mio profilo da un mese. Alle superiori eravamo state amiche in modo totalizzante, e insieme facevamo cose che non avremmo mai fatto da sole, come fare il bagno nude nel lago Michigan strafatte di ectasy. Durante l’estate, le nostre feste duravano settimane. All’una del mattino scappavamo fuori di casa e ci addentravamo nella foresta fino a un campo dove fumavamo sigarette e ci ubriacavamo di vino rubato alle nostre madri. Parlavamo all’infinito del tempo che stavamo sprecando e di come uscire dal vicolo cieco del Michigan settentrionale: il ritornello di tutte le ragazze di provincia. Ci dicevamo, senza un briciolo di ironia, che eravamo indistruttibili.
La nostra fu un’amicizia che si sviluppò interamente «offline», il che è abbastanza contraddittorio, visto che poi, per quasi dieci anni, la maggior parte della mia relazione con Lea si è svolta attraverso Facebook.
Alcuni mesi fa, stimolata dall’acquisto di un iPhone, ho aggiornato le app del mio telefono. Le usavo tutte poco – Chase, Twitter, Groupon, Facebook, iPeriod – e non le aggiornavo praticamente mai. Mi sono accorta che uno dei cambiamenti principali di Facebook consisteva nei messaggi privati, che erano diventati molto meno e-mail e molto più instant messages. Adesso, se visiti il profilo privato di qualcuno e clicchi sul pulsante dei messaggi, ti appare tutto lo storico della corrispondenza tra di voi.
Il 2 marzo di quattro anni fa, Lea è morta per un problema al fegato legato all’abuso di droghe. Il 10 giugno sarebbe stato il suo ventisettesimo compleanno. Questo è il periodo dell’anno in cui penso più spesso a lei, e sono sicura che l’algoritmo di Facebook che monitora le nostre attività sul sito si è accorto che le mie visite al profilo di Lea aumentano esponenzialmente quando il clima comincia a farsi più caldo. Infatti non so come sono finita a rileggere le nostre vecchie chat. Non mi sembrava di aver schiacciato nulla, le nostre conversazioni del passato sono semplicemente apparse, insieme al volto di Lea, come se avesse qualcosa da dirmi, o semplicemente volesse chiacchierare. O forse ho cliccato, magari per sbaglio. Anche se la mia interpretazione da secchiona mi ha fatto pensare che la tecnologia è la creazione umana più vicina alla magia che ci sia. Io non so nulla di come funziona internet; penso ancora, più o meno, che internet sia semplicemente aria. E allora perché non dovrebbe essere plausibile che i messaggi di Lea siano apparsi perché lei mi manca da morire, e perché mi sento in colpa nei suoi confronti?
Lea era il genere di persona cui chiedi l’amicizia su Facebook per tampinarla. Quando avevamo 16 anni ero innamorata di lei, e in un modo non del tutto platonico; quel modo che ogni donna che abbia fatto da spalla in un duo di teenager comprende perfettamente. E come ogni spalla io non mettevo mai in discussione le nostre cattive azioni: la seguivo completamente, nello spirito della «migliore amica», sedotta dall’avventura. Ma c’era una parte di me che anticipava la persona che sta scrivendo adesso: e anche quando ci siamo lasciate andare a notti di cocaina e Xanax, io sapevo che quelli erano gli ultimi momenti della mia giovinezza ribelle, e che me ne sarei andata. Ci eravamo promesse che saremmo state per sempre amiche, ma poi io sono andata al college a New York, e lei in Costa Rica con il suo ragazzo del momento. Dopo di che, ho potuto solo osservare la sua spirale discendente da lontano, o forse più esattamente da troppo vicino, separate solo dallo schermo di un computer.
Durante il mio primo anno di università, gli aggiornamenti dello status di Lea erano quasi sempre divertenti, bizzarri, suoi. Un anno dopo invece erano diventati scomposti: c’erano delle cose che la Lea che avevo conosciuto io avrebbe trovato ridicole, errori di ortografia, frammenti notturni chiaramente postati dopo centinaia di drink e chissà cos’altro. Anche la sua foto del profilo era cambiata. All’inizio c’era Lea sulla spiaggia, abbronzata e sorridente. Dopo, c’era Lea 15 chili più magra di quanto l’avessi mai vista, le guance scavate, che guardava qualcuno dietro l’obbiettivo. Quando tornai a casa in Michigan durante la pausa invernale, la incontrai in qualche locale, a qualche festa, e ricevetti alcune sue incomprensibili telefonate nel cuore della notte. Ci stavamo separando, rapidamente e inesorabilmente. Anche io bevevo molto con i miei vecchi amici del liceo durante le vacanze, ma a New York stavo vivendo la vita che io e Lea avevamo sognato, se solo fossimo riuscite a scappare dal Michigan. Avevo 19 anni, e non riuscivo a capire che cosa era diventata la sua vita, perché non era riuscita a crescere insieme a noi, perché non era riuscita a darsi una regolata.
Da quel momento in poi, Lea è diventata un punto fisso dei pettegolezzi da vacanza. Da Facebook venivo informata che usciva con un tipo che ai tempi del liceo prendevamo in giro in quanto fattone spaventoso. Spesso aveva un occhio nero. Aveva avuto una specie di crisi epilettica da Walmart. E tutti i miei vecchi compagni non perdevano occasione di spettegolare su quanto fosse ridotta male, salvo poi, quando la incontravano, usare le sue stesse droghe, fare l’alba con lei, parlando dei bei vecchi tempi, per poi tornare all’università e lasciarla di nuovo sola.
Penso di essermi resa conto di quanto il nostro comportamento fosse ipocrita, e forse avevo anche affrontato l’argomento con i miei amici. E dopo la sua morte mi sono detta che avevo cercato di aiutarla. Che avevo fatto quello che potevo. Avevo cercato di ristabilire un contatto e lei mi aveva ignorata. Aveva smesso di rispondere ai miei messaggi, alle mie mail, alle mie telefonate. Al suo funerale, mi sentivo in colpa per non aver fatto di più, ma nello stesso tempo ero arrabbiata con lei per averci lasciati, per aver lasciato me, una amica che la amava, una amica che non l’avrebbe mai lasciata sola.
Ma Facebook racconta un’altra storia.
L’ultimo messaggio tra noi fu mandato il 21 febbraio 2007, da lei a me. Ma è un messaggio che non ho mai visto fino ad alcuni mesi fa, dopo aver aggiornato l’applicazione. Sette anni dopo che lei me l’aveva spedito. Quattro anni dopo la sua morte. Subito dopo il funerale di Lea, passai un pomeriggio terribile rovistando in una vecchia scatola da scarpe, piena di bigliettini che ci eravamo passate in classe, e fotografie di merda scattate dentro le cabine dei supermercati; non mi era passato nemmeno per la testa che Lea potesse aver lasciato qualcosa per me online. Quando, anni dopo, vidi quel messaggio, mi si fermò il respiro. Fu come se, per un secondo straniante e lancinante, lei stesse morendo di nuovo in quel preciso momento. Provai una sensazione quasi fisica, come se avessi lasciato cadere qualcosa di fragile sul pavimento e lo avessi visto che si distruggeva. E poi, la cosa peggiore: quello non era l’unico messaggio di Lea cui non avevo risposto. Ce n’erano altri, insieme ad alcuni ai quali invece avevo risposto con parole frettolose e pretenziose sulla vita a New York, superficiali considerazioni sui suoi periodi nei centri di recupero, sul fatto che suo padre se n’era andato, sulla sua depressione.
Lea è morta una prima volta poco dopo essersi iscritta a Facebook, quando io avevo assistito alla sua trasformazione in una persona che lei stessa avrebbe deriso e compatito. È morta di nuovo, di una morte più piccola, circa un anno prima della sua morte reale, quando ha smesso di postare. E poi il 2 marzo è morta pubblicamente, e la sua bacheca si è trasformata nel memoriale che è oggi. Per me, lei da allora ha continuato a morire, ancora e ancora. I post che la ricordavano erano sempre di meno, ricorrevano ormai a mesi di distanza. E quando io ho trovato i nostri messaggi, lei è morta un’altra volta, e in un modo diverso, perché io mi sono trovata faccia a faccia con il mio fallimento nei suoi confronti. Facebook ha trasformato la sua morte in un film dell’orrore concettuale. Quante volte ancora la piangerò? Quanti dettagli del mio passato, del passato di Lea, del nostro passato, sono sepolti online, aspettando che io li scopra?
E anche la sua morte fisica mi è arrivata attraverso la tecnologia. Ero dal cardiologo, per fare degli accertamenti su un’anomalia cardiaca che mi era stata diagnosticata (dovevo tenere a breve il mio discorso di ingresso al college e volevo essere certa che il mio cuore non mi giocasse scherzi mentre ero sul palco). Il mio telefono vibrò mentre il medico stava parlando di magnesio. Buttai uno sguardo allo schermo, attraverso le pieghe della borsa, e controllai i messaggi con una discrezione sovrumana (un’abilità che avevo imparato a scuola).
C’era un messaggio da un numero sconosciuto. Lo aprii.

«Lea è morta», diceva.
Rimasi fino alla fine dell’appuntamento, annuendo quando sembrava appropriato annuire, e ponendo le mie domande metodicamente. Non piansi. Non scappai fuori dalla stanza singhiozzando. Ma quel messaggio aveva spaccato il mio mondo in due. Nel primo mondo, il mondo reale, c’era un medico che stava parlando, io ero una newyorchese indaffarata che aveva speso una barca di soldi per un appuntamento per il quale avevo saltato il lavoro, e non c’era nessuno spazio per quello che avevo appena saputo; e poi c’era un groviglio di fili, e segnali, che non riuscivo a comprendere ma che mi riportavano completamente nel mio passato più profondo, nel mio secondo mondo, dove erano depositate le cose che amavo di più. Alla fine dell’appuntamento penso di aver detto «grazie». Non ricordo di essermene andata. Il ricordo successivo sono le mie lacrime disperate in mezzo alla strada, mentre Mari, la ragazza che aveva mandato il messaggio, mi diceva che Lea era morta, che i funerali sarebbero stati tra alcuni giorni, e che dovevo tornare a casa.

So che la mia ossessione per Lea è, in parte, anche egoista. La sua storia è come un ologramma. Cambiate l’inclinazione, illuminatela da un’angolatura diversa, e la ragazza morta di cui stiamo parlando sono io. Siamo state schedate dalla polizia insieme, a 14 anni, perché bevevamo birra sulla spiaggia. Al culmine della nostra amicizia sono stata con lei drink dopo drink, sniffata dopo sniffata. Se io fossi stata meno fortunata, o se lei lo fosse stata un po’ di più, come sarebbe finita questa storia? Certo, per come ricordo il nostro rapporto, io ero la spalla, e lei quella che ci spingeva sempre un passo più avanti verso il buio, dove potevamo davvero farci male. Ma ero io che le tenevo la mano, e forse, con la mia determinazione a seguirla, la incoraggiavo. Una notte, mentre eravamo distese in un campo, un po’ ubriache, mi prese la mano e mi fece promettere che non le avrei mai permesso di diventare come la triste ragazza tossica che viveva nelle baracche dietro casa mia. Te lo prometto, le dissi. Te lo prometto.
Nel corso degli anni, mi è capitato di cercare quella ragazza su Facebook. E so che oggi è una donna con due figlie, un lavoro, un marito e un sacco di amici; ha appena partecipato alla festa coi compagni di scuola di dieci anni fa.
Internet ha reso maledettamente complicata la questione di dove depositare il mio dolore. Come faccio a superarlo, ad andare avanti, se il volto di Lea è sempre in agguato nel mio telefono, implorandomi di cercare di capire fino in fondo come sia stato possibile che la mia splendida e audace amica sia morta a 22 anni? E ad ogni aggiornamento di Facebook è come se l’algoritmo volesse rendere più semplice, per me, diventare l’archeologa del passato di Lea. Non soltanto i messaggi mi perseguitano, ma con la funzione timeline posso scavare nel passato di Lea, e se voglio vederla sana, o più sana, mi basta schiacciare un bottone per vedere com’era la sua bacheca nel 2006. E ogni volta che lo faccio, ricordo la promessa che non ho mantenuto.
In qualche modo, Facebook è quasi tutto quello che ho di lei, ed è terribile. Io non riesco a conciliare i miei ricordi con i frammenti di vita che lei ha lasciato online, ma quei frammenti sono la sola cosa concreta che resta. Non mi sono mai unita alle persone che la commemorano sulla sua bacheca. Non ho scannerizzato e postato le foto di noi due insieme. Non troverete né me, né tracce della nostra amicizia, a parte alcune fotografie di gruppo scattate prima dei balli della scuola. Nei primi mesi dopo la sua morte, mi faceva piacere visitare la sua bacheca e leggere i ricordi che altri condividevano; non ho mai postato nulla non perché trovassi la cosa sgradevole, ma perché non sapevo cosa dire. Il mio dolore era tutto dentro di me, personale, privato, era qualcosa che solo Lea avrebbe potuto capire. Alcune volte, negli ultimi due anni, sono stata vicina a scrivere qualcosa, ma poi subito prevaleva la rabbia, la rabbia contro la pagina Facebook di Lea che me la faceva vedere viva, che mi imbrogliava, e mi illudeva, per un attimo, che se io avessi postato qualcosa, in qualche modo lei l’avrebbe visto.
Nel luglio 2009 Lea ha cambiato per l’ultima volta la foto del suo profilo. È un selfie – anche se lei non avrebbe mai saputo che si sarebbe chiamato così – fatto con un vecchio cellulare a conchiglia in una stanza fumosa. Non sorride. È bella. Ha un piercing sul naso (alla fine, se l’era fatto). Ha la frangia bionda pettinata – un buon segno, ricordo di aver pensato quando vidi la fotografia nelle notifiche, segno che ancora teneva un po’ a se stessa – e la pelle abbronzata dall’estate del Michigan. Una piccola stella luminosa è intrappolata in ciascuno dei suoi occhi blu, un riflesso del flash. La sua espressione è triste e distante. Con la mano libera fa un cenno di saluto, si vedono solo tre dita.

Fino a quando esisterà Facebook, Lea sarà lì, a dire addio. E fino a quando sarà lì, io la guarderò andarsene.

Originariamente apparso su The Atlantic.

Il caso Moro spiegato ai ragazzi

Il caso Moro spiegato ai ragazzi

di Alessandro Bongiorni

articolo comparso il 15.03.2018 su DonnaModerna.com

 

Lo statista democristiano fu rapito dalle Brigate Rosse il 16 marzo 1978. Un giovane scrittore, che parla del sequestro nel suo ultimo romanzo, qui racconta perché è stato il nostro 11 settembre

E ra il 25 settembre del 1974 quando Henry Kissinger, potentissimo Segretario di Stato americano, premio Nobel per la pace l’anno precedente, minacciò di morte Aldo Moro: «Se non cambia la sua linea la pagherà molto cara» berciò, alludendo alla politica di apertura che Moro, democristiano doc, aveva intrapreso nei confronti del Partito comunista. Dopo l’incontro, Moro ebbe un malore. Interruppe la visita di Stato – in quei giorni, in veste di ministro degli Esteri, si trovava in viaggio ufficiale negli Stati Uniti – e tornò in Italia di corsa. Ma non indietreggiò di un passo. Al contrario, tirò dritto per la sua strada. Fino alla fine. Basterebbe questo episodio per comprendere la rilevanza della figura di Moro. Ma se a 40 anni dalla sua scomparsa dovessi raccontare a qualcuno cosa abbia reso indimenticabile quest’uomo non mi soffermerei né sulla sua biografia né sul suo operato politico, entrambi comunque ricchissimi.

Cattolico, antifascista, professore universitario, rifondò la Dc dopo la guerra e ne fu sia segretario che presidente. In Parlamento dal 1946, partecipò alla Costituente e fu 2 volte premier e 4 volte ministro. Ma quello che lo consegna al mito, un mito tragico, è il sentimento comune scaturito dal suo sequestro e dal successivo omicidio: una risposta intestina a qualcosa percepito fin da subito, e dalla maggior parte di noi, come sporco e indelebile.

All’epoca del rapimento nemmeno io c’ero: sono nato 7 anni dopo. Ma dalle testimonianze che ho raccolto per scrivere Strani eroi ho scoperto che non esiste persona, da nord a sud e di qualsivoglia estrazione sociale o politica, che non ricordi nitidamente cosa stesse facendo il 16 marzo 1978. Che non ricordi il momento esatto in cui è venuta a sapere che un commando delle Brigate Rosse aveva rapito il presidente della Democrazia Cristiana e trucidato i 5 uomini della sua scorta, 3 dei quali poco più che ragazzi.

Per quelli della mia generazione, da questo punto di vista, la portata del sequestro Moro è qualcosa di paragonabile all’11 settembre: quel pomeriggio del 2001, ad esempio, ero appena entrato in casa e ho assistito allo schianto del secondo aereo dirottato dai jihadisti contro la Torre Sud nella sala di casa mia, in piedi accanto alla libreria. Sembra ieri. Anche a chi ha vissuto i giorni caldi e confusi del sequestro Moro continua a sembrare ieri. E anche in quel caso si è creata una sorta di memoria collettiva – e spesso condivisa – che l’Italia, un Paese da sempre e per sempre frammentato, ha conosciuto solo in pochi frangenti della sua storia.

A mantenere vivido il ricordo di quei fatti c’è anche, o soprattutto, l’enorme senso di incompiutezza davanti a quella verità zoppa che ancora oggi – dopo 40 anni, 7 processi e 1 commissione d’inchiesta – alberga in tutti noi. Anche in chi, come me, quel giorno non c’era.

 

ALDO MORO, UN MISTERO ITALIANO

16 marzo 1978
A Roma, in via Fani, un commando delle Brigate Rosse sequestra Aldo Moro che sta andando alla Camera per la fiducia al governo. La scorta viene uccisa.

18 marzo 1978
Le Br fanno ritrovare il primo di 9 comunicati.

23 marzo 1978
Pci e Dc adottano la linea della fermezza: nessuna trattativa per liberare Moro.

20 aprile 1978
Dopo una serie di errori investigativi e abbozzi di trattativa, le Br comunicano di avere terminato il processo a Moro.

5 maggio 1978
Moro scrive alla moglie: «Tra poco mi uccideranno. Ti bacio un’ultima volta, Norina».

9 maggio 1978
In via Caetani la polizia trova il corpo di Moro, ucciso a colpi di pistola, nel bagagliaio di una Renault R4 rossa.

LA NOSTRA PRIMAVERA

La nostra primavera: ecco una breve presentazione della “collezione primaverile” di Frassinelli, che con l’inizio di aprile ha già visto uscire i primi titoli.

 

«Dimmi cosa non riesci a dimenticare, e ti dirò chi sei» è una delle frasi che meglio rappresentano il romanzo di esordio dell’americana Julie Buntin, “L’amica perduta e ritrovata” (uscito il 3 aprile), uno dei libri più apprezzati dalla critica statunitense nel 2017. Dal “New York Times” a “Rolling Stone”, sono stati moltissimi i critici americani a paragonare Julie Buntin ad Elena Ferrante, mentre Loredana Lipperini ha parlato su “La Repubblica” di “Thelma e Louise all’epoca dei social network”. #JulieBuntin #AmicaPerdutaERitrovata

 

«Si può scrivere un romanzo sull’amore, sui suoi molteplici e irrazionali volti, senza trasformarlo in un banale romanzo d’amore?» Inizia così l’aletta di copertina che Cristian Mannu ha scritto per “Lunissanti”, il terzo attesissimo romanzo di Anna Melis, in libreria dal 17 aprile. «Una trama fitta e convincente di emozioni e vicende, che nei personaggi di Ada e Lauretta (di cui il lettore non potrà mai più dimenticarsi) trova le sue creature più tormentate e belle.» #AnnaMelis #Lunissanti

 

«Un tempo i terroristi sparavano ai computer. Poi hanno capito che sono più micidiali di un mitra. Enrico Pedemonte coniuga violenza, politica e tecnologia in un thriller letterario di grande intensità.» Così Gianni Riotta, che ha letto in anteprima “La seconda vita”, il romanzo di Enrico Pedemonte che racconta di anni appassionati, di vite segrete e in pericolo, di parole difficili che passano da un padre a un figlio per arrivare alla lealtà di uno struggente congedo.

Dal 15 maggio in libreria. #EnricoPedemonte #LaSecondaVita

 

Un’isola oppressa dall’assolutismo di un potere vuoto, una popolazione che accetta passivamente le regole che le vengono imposte, terrorizzata dai diversi.

Una malattia pericolosa e contagiosa che deve essere arginata a tutti i costi: i sogni.

The Weaver. La tessitrice”, secondo romanzo di Emmi Itaranta (dopo “La memoria dell’acqua”), si presenta come una commistione di generi letterari diversi perfettamente dosati e calibrati: fantasy, apocalittico, romanzo di formazione e thriller s’intrecciano e formano un arazzo perfetto in sé, e dietro il quale si percepisce l’immagine contemporanea e reale di un mondo che si sta distruggendo con le proprie mani. Dal 5 giugno.

#EmmiItaranta #TheWeaver #LaTessitrice

 

 

L’INVERNO STA FINENDO…

Manca poco più di un mese alla fine dell’inverno, tra olimpiadi e campagna elettorale. Ma se al curling e ai talk-show preferite i romanzi, Frassinelli ha qualcosa da proporvi.

 

«In quelle acque profonde Luc non cerca forse una donna, una madre dentro il mare?»

Il 20 febbraio esce “Il principe della città sommersa” del romanziere canadese Denis Thériault, che racconta la struggente amicizia tra due ragazzi senza niente in comune a parte la loro solitudine.

#DenisThériault #IlPrincipeDellaCittàSommersa

«Perciò ho voluto raccontartela la mia storia, perché finisse scritta in mezzo a queste storie di donne.» Donne che si raccontano, e raccontano la violenza subita dagli uomini, nel nuovo romanzo di Tea Ranno, “Sentimi”, che uscirà il 27 marzo. Perché la memoria è l’unica forma di riscatto.

#TeaRanno #Sentimi

 

«Questo è un romanzo in cui si narra di fatti realmente accaduti, di altri che non sono accaduti e di altri ancora che sarebbero potuti accadere.» Nello scenario drammatico e oscuro dei giorni del rapimento di Aldo Moro si muovono i personaggi del nuovo romanzo di Alessandro Bongiorni, che uscirà il 6 marzo. “Strani eroi” i cui destini finiranno per intrecciarsi nel grande, tragico imbroglio che è l’Italia degli anni Settanta, dove niente è mai quello che sembra.

#AlessandroBongiorni #StraniEroi

 

«La notte del primo marzo 1860 quattro uomini salparono da Palermo alla volta di Caprera per rapire la donna di Giuseppe Garibaldi. Nessuno di loro aveva progettato il viaggio, né scelto liberamente di prendervi parte.» Questi quattro uomini si chiamano Attìa, Panc, Salvatore Paradiso e Andrea Foti detto “u’ Muz­ziaturi”, e sono gli indimenticabili protagonisti del nuovo romanzo di Isidoro Meli, “Attìa e la guerra dei gobbi”, che uscirà il 13 marzo.

#IsidoroMeli #Attìa #LaGuerraDeiGobbi

 

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